La mia esperienza in Sud Sudan

di Gabriela Jacomella

Dalla scalinata di marmo candido della Carovana alle strade polverose di Juba, Sud Sudan, la capitale del Paese più giovane del mondo. Se me l’avessero detto quindici anni fa, non avrei visto il nesso né saputo individuare il percorso. Adesso, quando mi volto indietro e provo a stendere un bilancio, il filo rosso è lì, che attraversa il tempo e lo spazio.

Ho fatto il concorso per entrare in Normale perché volevo fare la giornalista. E perché, per mia fortuna, tra me e le aule dell’allora neonata facoltà di Scienze della Comunicazione si è interposta una settimana di corso di orientamento sui colli di Cortona. A Piero Cudini bastò una chiacchierata per convincermi che nulla meglio di una solida preparazione umanistica avrebbe potuto insegnarmi a raccontare le vite degli altri. Leggere, scrivere, analizzare, comprendere. Mai limitarsi alla prima ipotesi, mai accontentarsi della strada più facile, mai fermarsi alle apparenze.

Un metodo che avrei consolidato nel corso degli anni pisani, portandolo poi con me nei corridoi di via Solferino, a Milano. Devo anche alla Normale il mio ingresso al Corriere della Sera: uno stage post laurea che mi ha permesso di imparare sul campo, in uno dei quotidiani di punta del nostro Paese, cosa significhi essere giornalista. In quelle stanze avrei trascorso, nel complesso, quasi nove anni della mia vita.

Cambiano i luoghi, restano quel gusto per la sfida intellettuale e quella curiosità nutriti dalle chiacchierate sui Lungarni e nella penombra polverosa del Palazzo dell’Orologio. Se ho lasciato il Corriere, in fondo, è stato per questo desiderio mai sopito di esplorare nuovi orizzonti. Sono tornata sui banchi universitari a Oxford, al Reuters Institute for the Study of Journalism; ho viaggiato negli Stati Uniti, a caccia di storie ancora da raccontare; e infine, poco più di un anno fa, sono arrivata in Sud Sudan. All’inizio, per insegnare le basi del mestiere ai giornalisti locali. Una volta finita quell’esperienza, perché in quattro mesi avevo appena graffiato la superficie di un mondo per me ancora tutto da scoprire.

Ho ripreso in mano gli strumenti del mestiere: penna e taccuino, reflex, registratore. E ho deciso di provare a unire la passione per il racconto con quello della ricerca. Nasce così Juba In The Making, il primo documentario web sulla capitale del Sud Sudan. Una città di cui nessuno ha ancora scritto la storia, e che pulsa di vita e di contraddizioni. Insieme con la documentarista francese Florence Miettaux, abbiamo iniziato un percorso che ci ha portato a vincere l’Innovation in Development Reporting Grant dell’European Journalism Centre.

La sfida non è semplice: raccontare una città e la sua gente, coinvolgendo in prima persona anche chi non ha mai messo né mai metterà piede in Sud Sudan. Non una visione passiva, ma un invito a partecipare in maniera diretta – scegliendo un personaggio e guidandone l’evoluzione, come in un vero e proprio gioco di ruolo – alla “costruzione” di Juba. Quello che ne sta nascendo è un progetto sospeso tra più mondi: ricerca, giornalismo, narrazione. Una nuova sfida, a oltre quindici anni di distanza dal giorno in cui per la prima volta salii gli scalini bianchi della Carovana. Molto è cambiato, nel frattempo. Ma il filo rosso è sempre lì, tenace, a collegare il passato e il futuro.

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