L’«Elettra» di Sofocle: attori si diventa

di Chiara Ballestrazzi

Il 10, 11 e 12 giugno è andata in scena alla Gipsoteca di Arte Antica la prima produzione del neonato gruppo teatrale della SNS: il racconto e le impressioni di chi c’era.

 

apollo

«Elettra» di Sofocle: la preghiera di Clitennestra

E così, il 10, 11, 12 giugno la prima avventura del gruppo teatrale della Scuola ha avuto la sua conclusione: davanti a un pubblico di duecentoventotto persone suddiviso nelle tre serate, è andata finalmente in scena la nostra Elettra di Sofocle.

 

L’allestimento

Sotto la guida della nostra brava e paziente regista, Letizia Giuliani, abbiamo deciso di curare ogni aspetto della messa in scena della tragedia che veniva proposta nel corso di Filologia Greca tenuto dal Prof. Most alla Scuola. Primo passo è stata la messa a punto di una nostra traduzione, che ha potuto contare sull’intervento congiunto di alcuni allievi del corso. Questa traduzione iniziale e rigorosa è stata poi adattata e rielaborata alle esigenze teatrali durante le prove e fino all’ultima delle tre repliche, divenendo una traduzione corale a quasi cinquanta mani. Una volta approntata la prima traduzione, ci si è subito messi all’opera con le prove, la progettazione dei costumi e degli oggetti di scena e l’ideazione delle musiche.

Bisogna ammettere che una gran parte della riuscita del nostro spettacolo è stata dovuta alla scelta di un particolare “palcoscenico”, un po’ scomodo per attori e pubblico ma di sicuro effetto. I calchi ottocenteschi della collezione dell’Università di Pisa, sapientemente raccolti e valorizzati all’interno della bella chiesa di San Paolo all’Orto, hanno offerto a un tempo una straordinaria scenografia e un gruppo aggiuntivo di attori. Il racconto delle più tragiche vicissitudini degli Atridi si è infatti perfettamente integrato nel coro di eroi, atleti e divinità che si affollano tra le colonne monolitiche delle navate. Il piccolo spazio di Elettra, quasi una cuccia ai margini della scena, è accanto alla dolente Penelope/Niobe accasciata su una roccia, sovrastata dallo slancio impetuoso dei tirannicidi che levano la spada vendicatrice come di lì a poco faranno Oreste e Pilade. Al capo opposto della navata, l’Apollo del Belvedere, isolato nel suo gelo sovrumano, baluardo dei buoni e dei cattivi, incarna l’indifferente ineluttabiltà degli avvenimenti che coinvolgono i personaggi del dramma e i loro antenati. Tutto sotto lo sguardo di Sofocle che osserva un po’ distaccato la scena, stretto e compunto nel suo mantello di cittadino perbene.

La scelta delle luci, anche a costo di qualche difficoltà tecnica, ha previsto l’uso di strumenti non convenzionali come candele, lampade da tavolo e da campeggio. Essa è stata particolarmente determinante per la riuscita di alcune scene a partire da quella iniziale, con la lucina dei viandanti che nel buio scivola sui corpi classici avvolti nei giochi d’ombra dei panneggi di gesso. Nella sequenza della preghiera ad Apollo di grande effetto è stata la fredda e asettica luce di un neon che ha delineato la tremenda ambiguità delle parole di Clitennestra e al contempo l’algida indifferenza del dio, la cui macchina di vendetta ai danni della regina e del suo amante è già inesorabilmente in atto.

In questo allestimento totalmente autoprodotto, anche le musiche sono state composte ed eseguite da allievi della Scuola. Le loro tessiture dagli attutiti echi barocchi segnano il passaggio tra le varie sequenze della tragedia e il cambio in scena dei personaggi. La nenia mormorata che accompagna il lamento sui resti di Oreste riprende le note di un canto funebre slavo.

I costumi vogliono evocare dell’età eroica del mito solo l’idea e l’emozione. Necessariamente essenziali e di immediata lettura, si sono adattati alle esigenze di semplicità e praticità dei continui e veloci cambi in scena. Sulle tuniche e sui chitoni neri del Coro di volta in volta si sovrappongono uno o due attributi che rendono il personaggio immediatamente riconoscibile nonostante l’assecondarsi degli interpreti. I colori freddi e il metallo vecchio e ammaccato caratterizzano i tre personaggi venuti da “fuori” a compiere la loro vendetta di sangue, Oreste, il Pedagogo e Pilade. Domina il rosso per i personaggi della famiglia reale, il rosso scarlatto della passione e del sangue della maledizione degli Atridi, negletto ma per questo più significativo tra i ritagli di stoffa nera e tela di sacco che Elettra si trascina addosso nel suo dolore, banalizzato nell’ampio mantello che un vanesio Egisto si drappeggia intorno al corpo in vaporose volute e alternato al nero del lutto nella scacchiera dorata – ispirata al motivo di un vaso greco – che impaccia una Crisotemi scissa tra l’affetto per il padre tragicamente massacrato e il terrore reverente nei confronti della madre. Sovraccarico di ogni metallo “prezioso” – foglie e arabeschi sbalzati nelle sfumature dell’oro, dell’argento e del rame – il rosso trionfa nell’abito sontuoso ed eccessivo di Clitennestra, ispirato, nella forma e nella rigida ieraticità, a quello realizzato da Piero Tosi per un’altra terribile eroina tragica, la pasoliniana Medea interpretata dalla Callas.

Fin dalle prime prove, è stato un preciso desidero della regista che ogni componente del gruppo elaborasse una propria interpretazione per ciascuno dei personaggi della tragedia, Coro compreso. Solo così la nostra Elettra è stata davvero una tragedia corale, nella quale ogni personaggio ha  avuto la voce di tutti gli attori e ogni attore ha incarnato, almeno per una volta, il carattere e l’atteggiamento di tutti i personaggi del dramma. Quello che il pubblico ha visto in scena, coi personaggi interpretati da due o tre attori che conclusa la loro parte si univano al vario unisono del Coro, è solo una forma ridotta del criterio che ha improntato la nostra lettura della tragedia fin dalle prime prove. Solo Elettra è stata interpretata dall’inizio alla fine dalla stessa attrice, suggellando così l’estrema solitudine che caratterizza il personaggio, chiuso nel suo eccesso e nel suo anacronistico dolore che non riesce a trovare uno sfogo reale nell’azione ma solo nell’autocommiserazione. Di fronte a lei tutti gli altri personaggi si muovono come estranei, tanto che nemmeno il fratello, atteso per tanti anni, riesce a entrare veramente in sintonia e il loro incontro, nonostante i gesti e le parole, non ha quell’intima complicità che l’eroina probabilmente aveva vagheggiato nelle sue speranze. Non le è concessa alcuna possibilità di sfogo per il dolore subìto e la gioia del momento, ma immediatamente quegli uomini venuti da lontano e arrivati nel buio dell’alba e della menzogna prendono in mano la situazione e portano a compimento il piano di Apollo.

Inesorabilmente sola pur tra le braccia del fratello, Elettra è in costante contrasto con gli altri membri della famiglia, in un’incompatibilità che i “sempre” e i “mai” di cui sono punteggiate le battute amplificano nel passato ed eternano nel futuro. Il contrasto con Crisotemi è voluto puntuale e inesorabile, e nell’alterco fra la “figlia della madre” e la “figlia del padre” le due sorelle oppongono due modi di rapportarsi al male e alla giustizia tra loro incompatibili e nessuna delle due ne esce completamente sconfitta né completamente vincitrice. Clitennestra entra in scena attesa, preceduta dalle maledizioni della figlia e dal biasimo del Coro, e mantiene fino all’uscita di scena una insolubile ambiguità tra istanze fra loro incompatibili: sfrenata passione e parossistico orgoglio per le proprie azioni, forse un celato dispiacere per l’odio implacabile della figlia e stanchezza per un contrasto che continua giorno dopo giorno da anni, stupito dolore e tremenda indifferenza per la tragica morte del figlio lontano. Accanto alla tempesta del suo inafferrabile ed eccessivo carattere, Egisto sbiadisce e riscuote quasi la simpatia del pubblico, comparendo vanaglorioso sulla scena quando ormai la sua sorte è segnata.

Col Coro il rapporto di Elettra è ambiguo e contraddittorio come quello di molte eroine della tragedia classica. All’inizio un’irriducibile Elettra quasi si scontra col gruppo di nobili micenei che cercano – non sempre col dovuto tatto – di ricondurla alla moderazione e frenare il suo sterile lamento, poi, col precipitare degli eventi e la condivisione delle emozioni che ne conseguono, si assiste a un graduale avvicinamento. Lo sdegno per l’atteggiamento di Clitennestra, l’orrore per la presunta morte di Oreste, la gioia per la scoperta della sua salvezza e l’imminenza della vendetta, fanno sì che la distanza iniziale pian piano si riduca, anche fisicamente, e il processo si conclude con Elettra che si aggira, attonita e felice, tra i componenti del Coro che le restituiscono di rimando la stessa sorpresa e la stessa gioia.

 

Dietro le quinte

Fin qui quello che il pubblico ha potuto vedere e ascoltare nelle tre serate in Gipsoteca. Come sempre, dietro l’allestimento effettivo di ogni spettacolo, soprattutto se non professionistico, si cela quella rete impalpabile di forze, sinergie, emozioni che stabilisce un legame tutto speciale tra i componenti del gruppo.

Più che lo spettacolo in sé, forse quello che ricorderemo dell’Elettra 2013/2014 sono i diversi piccoli episodi che ci hanno accompagnato nella sua preparazione e organizzazione e la scoperta di insperate energie nei componenti del gruppo. Sono stati una sorpresa per tutti l’inventiva, la fantasia e l’entusiasmo che questi normalisti coraggiosi e un po’ sconsiderati sono riusciti a tirare fuori nonostante tutte le difficoltà. Difficoltà di studio in primis, quando anche reperire un ramo alle Piagge per il bastone del Pedagogo diventava una tragedia.

L’iniziativa, nata dagli studenti stessi poco più di un anno fa a Siracusa, all’uscita dall’Edipo Re rappresentato al teatro greco per gli annuali cicli di rappresentazioni classiche dell’INDA, fu subito accolta con grande interesse non solo dal Prof. Most e da molti allievi del suo corso ma anche da studenti di altre discipline, scienziati compresi. Confesso che, pur essendo tra gli organizzatori del gruppo, ero all’inizio alquanto scettica sull’effettiva riuscita di questa nuova attività degli studenti della Scuola, che avrebbe richiesto un impegno e una costanza che mi sembravano incompatibili con il carico di studio. Invece, contrariamente alle funeste aspettative, ciascuno ha fatto la sua parte: prova dopo prova si sono superati i naturali imbarazzi iniziali e in tutti gli aspetti dell’allestimento molti dei componenti del gruppo hanno mostrato talenti e capacità che certo non corrispondono all’invalso stereotipo del normalista. E così per lo scudo di Pilade si ricorre ai copriraggi di una vecchia bicicletta, per l’abito di Clitennestra si collezionano per mesi gli scatolini dorati della marmellata nelle colazioni al D’Ancona, mentre si contratta al mercato sul prezzo degli scampoli per restare nel budget e con scarti e cartoni trovati per strada si confezionano flabelli a mezzanotte suonata. La mia casa luccicherà di porporina dorata per anni, temo.

La Scuola e le sue varie componenti hanno offerto l’aiuto migliore, e così molti degli allievi che hanno supportato concretamente il gruppo, ricamando centinaia di stelle dorate sullo strascico di Clitennestra e prestando urne dai fianchi di bronzo dalla collezione di ciarpame della propria padrona di casa oppure semplicemente – e sono tanti – con una curiosità e un interesse espresso in mille domande. Il risalto della nostra iniziativa è stato davvero inatteso tanto all’interno della Scuola che al di fuori, come testimoniano le decine e decine di richieste di un biglietto che, purtroppo, non abbiamo potuto accontentare. Tutto questo ha gratificato al massimo il nostro lavoro.

Di questa prima esperienza del gruppo di teatro, qualcuno ricorderà l’impaccio delle prime prove via via superato a forza di esercizi e matite in bocca, qualcuno le candele più volte incautamente rovesciate delle prove al buio nella sala proiettore del Carducci, qualcuno l’odore di muffa dei lugubri corridoi del collegio, dove gli Oreste e i Pilade di turno andavano a scannare le loro Clitennestre, qualcuno gli inevitabili errori nelle battute, spesso così involontariamente geniali da far dubitare della loro reale casualità (che dire del malizioso storpiamento di una fondamentale vocale del mezzo di trasporto di “Mirtilo dal cocchio dorato”?) mentre la nostra (troppo) paziente regista cercava di contenere i risolini e ristabilire la concentrazione. Qualcuno forse penserà alla subitanea consacrazione di certe battute a tormentoni che fungono ormai da saluto tra i componenti del gruppo (“ahi, la morte!” o “creatura impudente!” – questa è mia! –), qualcuno al terrore che la corona di Clitennestra cadesse in scena nel momento meno opportuno o che Oreste cavasse un occhio a Egisto col suo spadino, qualcuno alle sere domenicali post-prove a girare per Pisa stravolti, in tuta, sudati e senza voce, e andare comunque a farsi una birra. Quanto a me, credo che quello che ricorderò con più nostalgia sarà la prova al Giardino Scotto, nel fervore degli ultimissimi giorni prima del “debutto”, in una calda mattina di un giugno radioso, coi ragazzini euforici per la fine delle scuola che ci correvano in mezzo incuranti del dolore di Elettra, della determinazione di Oreste o della vanagloria di Egisto, urlando e indirizzandosi possenti gavettoni dai quali a stento abbiamo salvato gli oggetti di scena e noi stessi.

 

Speriamo con il tanto lavoro di quest’anno di aver tracciato una strada per i futuri studenti della Scuola e che l’attività del gruppo continui negli anni a venire, con le modifiche che si riterranno necessarie di anno in anno per adeguarsi alle esigenze e alle curiosità dei nuovi allievi. Nonostante tutte le difficoltà, l’entusiasmo degli attori e il grande interesse mostrato dal pubblico per questo primo tentativo (che forse ci porterà a proporre qualche replica in autunno) ci fanno davvero ben sperare!

 

La performance del gruppo teatrale è ora online: il video è disponibile qui.

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