La casa dei normalisti

di Francesco Morosi

Dopo tre anni di ristrutturazione, a settembre riapre il collegio “Domenico Timpano”: una casa per molti normalisti del passato e del futuro, ma anche – e soprattutto – molto di più.

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Luminara 2011: gli abitanti del Timpano salutano a modo loro il collegio prima della chiusura per la ristrutturazione.

 

Secondo Proust, parte del passato di ciascuno, una volta trascorso, si reincarna in alcuni oggetti inanimati che gli sono legati, ed è proprio l’incontro casuale con quegli oggetti a produrre un sussulto dell’anima e, alla fine del processo, il ricordo.

Se la teoria di Proust fosse vera, le pareti del “Timpano”, storico collegio della SNS sul Lungarno Pacinotti, dovrebbero grondare passato e ricordi. Il Timpano, in effetti, è da decenni testimone e compagno leale della storia della Scuola Normale: aggiunto al patrimonio immobiliare della Scuola nel 1932, l’anno della riforma di Gentile, fu proprio il Timpano a permettere un ampliamento considerevole del numero dei normalisti ospitati a Pisa. La storia del suo donatore basta forse da sé a spiegare che cos’è il Timpano e qual è lo spirito che chi ci abitava ha sempre respirato. Domenico Timpano, avventuriero calabrese, era proprietario di un’industria farmaceutica; si trasferì negli Stati Uniti negli anni Venti, e lì fece fortuna sfidando il regime protezionista con la vendita dei suoi ricostituenti a base alcolica. Proprio grazie all’attività di contrabbando, Timpano mise in piedi una discreta fortuna, che comprendeva anche l’edificio donato nel ’32 alla SNS e destinato a diventare la casa dei normalisti.

E lo sanno tutti: una casa non è soltanto un edificio (sotto quell’aspetto, tra l’altro, il Timpano non è nemmeno un granché). Una casa è un luogo familiare, di affetti e di ricordi. Sarà per questo che, se anni dopo capita loro di tornare a Pisa, molti ex normalisti fanno una domanda prima di tutte le altre: «E il Timpano?». Per una Scuola che ha nel suo statuto la residenzialità dei suoi studenti, le strutture che li devono ospitare sono fondamentali; lo sono anche per gli stessi allievi, alla prima esperienza dopo avere lasciato la casa dei genitori. Il collegio, però, non è un appartamento o una villetta: è un luogo diverso, più eccentrico per certi versi – senz’altro più chiassoso. La convivenza con abitudini, età, modi di vivere diversi talvolta è un banco di prova problematico, ma è anche un mezzo efficacissimo per creare legami forti e catalizzare un processo di maturazione e indipendenza che per molti sarebbe infinitamente più lento.

Per un’istituzione come la Normale, la collegialità non è soltanto un obbligo pratico: è, con buona approssimazione, il suo stesso significato. Se l’obiettivo della Scuola è quello di costituire, al di là di ogni provenienza, appartenenza e convinzione, una comunità di menti e di spiriti, un gruppo coeso, fondato sulla solidarietà e la stima reciproche, sulla condivisione di esperienze e di competenze, allora la convivenza dei suoi studenti è quasi una condicio sine qua non. Con i suoi pregi e i suoi difetti, questo esperimento è riuscito negli anni a creare alchimie inaspettate, nel bene e nel male. Forse ancora più delle aule della Carovana o delle sale della biblioteca, sono i collegi a dare ai loro abitanti l’impressione di far parte di una comunità viva eppure antica: non un senso spocchioso di élite, ma la percezione di essere parte di una storia comune, di un’intimità quasi familiare, fatta di miti e leggende, di imprese e fallimenti.

In questo, il Timpano – non me ne vorranno gli altri collegi – è sempre stato all’avanguardia, cuore pulsante della vita, goliardica e non, della Scuola: piazzaforte cinta d’assedio ogni anno dai rivali del Sant’Anna (e ogni anno strenuamente difesa, con le buone e con le cattive), sede, dopo la chiusura del D’Ancona, dei ‘processi’, centro nevralgico del tifo per la nazionale, osservatorio privilegiato per i fuochi della Luminara, stadio glorioso per le manifestazioni sportive (la ventiquattr’ore di biliardino), palcoscenico per serate canore che si trasformavano invariabilmente in nottate canore, teatro per raffinate messe in scena (l’indimenticabile Ifigonia), sede di feste di laurea con bagno annesso, all’occorrenza anche dancefloor e cinema improvvisato. Una cosa mi ha sempre colpito del Timpano: l’impossibilità, per chi entrava o usciva, di evitare di passare per uno spazio comune. Una piccola limitazione alla privacy, è vero: ma anche e soprattutto un invito – forse un ordine categorico – a scambiare qualche parola, a fermarsi per una battuta, una birra, una partita a scacchi. La ‘sala giornali’, un salottino d’ingresso con poltrone blu elettrico disposte in cerchio, era uno snodo ineludibile, per qualcuno insuperabile: chi si ferma è perduto, ma in fondo perché non fermarsi? I normalisti del Timpano parlavano parecchio, di qualsiasi cosa; perdevano anche una discreta quantità di tempo – ma questo, forse, non è un male.

Ciascuno aveva le sue passioni e le sue abitudini, e quindi il suo ruolo: il genius loci, il saputello, il tifoso sfegatato, il matematico indefesso, la portinaia, il musicista nottambulo, l’insegnante di balli caraibici, il giocatore della playstation, l’innamorato non corrisposto. Un tran-tran rassicurante e amichevole, ma quasi mai ripetitivo. Come in una sorta di strana famiglia iper-allargata, tutti conoscevano tutti, e sopportavano – chi più, chi meno – i tic reciproci: si condividevano giornate di studio e nottate di svago (o viceversa).

Il Timpano che ho conosciuto (e l’ho conosciuto ormai negli ultimissimi anni prima della ristrutturazione) aveva molti puzzle alle pareti, anche giganteschi, e tutti, ça va sans dire, composti dai suoi abitanti: un’impresa da normalisti, certo, ma un’impresa di gruppo – una delle tante. E forse è questa la cosa più sorprendente in assoluto per un ragazzino appena proiettato a Pisa, alla prestigiosa Scuola Normale: scoprire, nel Timpano, una comunità vera, che andava ben oltre la contingenza del dover vivere spalla a spalla, che da questa convivenza obbligata traeva anzi sincero divertimento. Il Timpano che ho conosciuto mostrava ormai tutti i segni dell’età: ma proprio per questo tutti ci stringevamo attorno a lui, lo accudivamo e gli volevamo sempre più bene. Si può voler bene a un palazzo? Forse no, ma per noi quello era tutto fuorché un palazzo.

Sarà questo strano affetto che ha coalizzato intorno alle pareti del collegio una banda di abitanti orgogliosa e combattiva: il ‘mio’ Timpano era abitato – e in parte gestito – da una specie di allegra comune rivoluzionaria, che di soppiatto organizzava bevute e introduceva ospiti inattesi (non necessariamente umani), che programmava happenings non sempre autorizzati, e che nel cuore della notte tollerava maratone cinematografiche o rientri rumorosi dai locali pisani. Ci piaceva essere sgangherati come il nostro collegio: non avevamo l’aria condizionata, e ce ne vantavamo; studiavamo in aulette prive di comfort, e ci sentivamo fieri; dormivamo in camere arredate decenni prima, e ci sembravano l’Hilton.

Da questo strano miscuglio di pareti, teste e cuori nacque uno spirito di gruppo inscalfibile, la sensazione non soltanto di essere a casa, ma di avere un perché, di aver trovato una ragione in quell’appartenenza, in quell’essere arrivati – per caso o per volontà – in quel preciso momento, in quel preciso luogo. Forse era un’illusione, l’ultima magia del vecchio Timpano. Ma quando lasciai per l’ultima volta la mia stanza prima della chiusura, raccolsi il cartellino con il numero della camera (115) e lo portai con me, come un amuleto: chissà che non avesse ragione Proust, e che un giorno questo pezzetto del mio, del nostro passato non torni a sussultare.

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