Io e Ciampi

di Giuliano Amato

L’ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato racconta per il Bollettino il suo rapporto con Carlo Azeglio Ciampi

Fu nel 1975, cioè oltre 40 anni fa, che Carlo Ciampi ed io ci conoscemmo. Lui era allora Segretario Generale della Banca d’Italia, io ero professore di fresca chiamata alla Sapienza di Roma e ci trovammo insieme fra i componenti della Commissione presieduta da Giuseppe Chiarelli (ex presidente della Corte Costituzionale), con il compito di fare analisi e proposte sulle già affaticate partecipazioni statali.

Capimmo presto che tendevamo a sintonizzarci sulle stesse lunghezze d’onda, entrambi giuristi (lui com’è noto era anche laureato in Lettere) con l’occhio sull’economia e quindi orientati a soluzioni giuridiche consapevoli delle ragioni della stessa economia. Fu così che uscimmo da quella breve esperienza con un saldo rapporto di fiducia e di stima reciproca; un rapporto che sarebbe stato prezioso per le mie esperienze successive e che, grazie ad esse, si sarebbe poi rinsaldato e nutrito di una crescente amicizia.

Ci ritrovammo quando lui era ormai Governatore della Banca ed io ero Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio a partire dal 1983. Ci vedevamo allora con regolarità e esaminavamo insieme le difficoltà e i passi da fare nella lotta all’inflazione, che era il principale obiettivo del Governo, da lui fortemente condiviso. Nacque così un’abitudine che continuò quando divenni nel 1987 Ministro del Tesoro, e che divenne anzi da allora qualcosa di più, divenne lavoro comune al punto che proposte formalmente mie erano in realtà frutto anche suo e della stessa Banca. Basti ricordare quella che poi divenne la legge c.d. “Amato” sulle banche e le fondazioni bancarie. Ma non ci fu solo questo, ci furono i viaggi che, in ragione del nostro ufficio, facevamo insieme e quindi le lunghe ore che insieme passavamo in aereo, durante le quali ci raccontavamo mille cose del passato che avevamo vissuto. Seppi in quelle lunghe ore del suo ritorno nel 1943 dall’Albania, della sua permanenza per più mesi in una soffitta di Scanno prima di raggiungere l’esercito a Sud, dell’incontro a Bari con il mio maestro Carlo Lavagna che gli dette ospitalità e vestiti, delle sue speranze di giovane militante del partito d’azione, del ruolo di Franca nel farlo entrare nel 1946 in Banca d’Italia, della guerra ai poteri occulti nella vicenda del povero Ambrosoli e in quella del Banco Ambrosiano. Capii allora la forza del suo carattere e della sua rettitudine e capii quanto la sua riservatezza aveva nascosto e nascondeva di una vita raffigurata all’esterno come quella di un funzionario di alta qualità, ma pur sempre forgiato alla routine dei funzionari. Nulla di meno vero.

Se i miei anni al Tesoro furono essenziali nel cementare, grazie a tutto ciò, la nostra amicizia, questa fu la premessa che rese così intensa e proficua la nostra collaborazione quando divenni Presidente del Consiglio e dovetti affrontare le gravissime difficoltà dell’estate 1992. Mi è già capitato di far notare che quando si distinguono, come appartenenti a fasi politiche diverse, il governo Amato e il successivo governo Ciampi, si dice una cosa che avrà anche un suo fondamento di verità, ma che ignora la cosa per me più importante: tempi e modi del lavoro del governo Amato nacquero da intese e progettazioni comuni fra me e lui (salvo il sei per mille sui conti correnti, di cui Giovanni Goria doveva preventivamente parlare con lui, ma non lo fece e io lo seppi a misura ormai adottata). Insieme decidemmo di non svalutare nel luglio e di concludere entro lo stesso mese l’accordo sul costo del lavoro, insieme impostammo il da farsi quando la Bundesbank informò lui ai primi di settembre che non avrebbe più servito marchi contro lire, insieme andammo a Parigi e poi a Francoforte quando preparavamo il rientro della lira nello Sme dopo l’uscita di settembre. E l’accordo che lui stipulò nell’estate del 1993 con le parti sociali era già in bozza, salvo l’ultimo capitolo, quando io gli passai il testimone.

Del resto, non mi limitai a passargli il testimone. Ero con il Presidente Scalfaro, quando questi gli propose di prendere il mio posto e credo, onestamente, di aver avuto un peso non piccolo nel convincerlo ad accettare. Mi chiese, come condizione, che io entrassi nel suo governo e io, mentendogli per l’unica volta in vita mia, gli dissi di sì, certo che avrei potuto dirgli la verità non appena si fosse rinfrancato attraverso la messa a punto della compagine. E così fu. La sua lunga giornata di lavoro a tal fine si concluse a casa mia verso le ventidue. Diana, mia moglie, decise d’autorità che dovesse bere una tazza di camomilla. Obbedì con piacere e mentre la beveva, seppe che il suo governo aveva una sola casella da riempire, quella che lui aveva riservato a me. Gli suggerii Nino Andreatta. E funzionò.

Tante volte fummo insieme, noi due e le nostre mogli, negli anni successivi alla fine del suo Governo. Andavamo noi a Santa Severa, ospiti ora a casa sua e di Franca, ora in un ristorante a loro caro. Erano entrambi orgogliosissimi delle piante che avevano fatto crescere. E lui era orgoglioso della sua piscina e del pattino, su cui si eclissava in mare la mattina.

Poi di nuovo al governo, l’uno dopo l’altro, ma in ordine inverso al Tesoro, dove io lo sostituii quando fu eletto Capo dello Stato. E dopo di allora i tanti incontri al Quirinale o a Castel Porziano, dove era lui che mi ascoltava, attento ai consigli e desideroso di verificare le idee che aveva. Tante, bellissime idee, grazie alle quali –diciamo la verità- gli italiani sono stati restituiti al sentimento patrio e a un orgoglio nazionale non delimitato dai goal degli azzurri. E com’era contento dell’ascolto che capiva di suscitare! Come lo fu la prima volta che, visti dei manifestanti, era sceso dalla macchina ed era andato a sentirli, circondato dalla ansiosa disapprovazione degli uomini della sicurezza!

Con lui al Quirinale nacque il mio secondo governo. E ricordo ancora che ne discutemmo la composizione in un breve incontro pasquale proprio a Castel Porziano, entrambi decisi a mantener fermo il Ministro della Difesa del precedente governo D’Alema, Sergio Mattarella.

Più di recente ci fu un’ulteriore staffetta fra di noi, al Comitato per il 150° dell’Unità d’Italia, presieduto prima da lui, poi da me. Ed è stata l’ultima volta che ci siamo trovati a tracciare una linea comune nel nostro lavoro. Nella vita la linea comune non è mai venuta meno. Quando due anni fa fu deciso di mettere una lapide commemorativa sulla casa di Scanno nella cui soffitta era stato nascosto ai tedeschi durante la guerra, fui io a scoprirla, insieme ai suoi figli. E sono certo che fra loro e me c’era in quel momento una totale sintonia di sentimenti e di emozioni.

Può darsi che in tanti anni insieme qualcosa lui abbia imparato da me. Io so di aver imparato moltissimo da lui. Ho imparato a ricordare, a conservare il più possibile i ricordi di ciò che si è vissuto, perché essi sono parte, in realtà, del nostro oggi, che senza ricordi è molto più povero. Ma devo confessare di essere in questo a una distanza lunare da lui, che aveva, ai miei occhi, una memoria prodigiosa. Gli ho sentito raccontare, più volte, i dettagli del suo esame di ammissione alla Normale; chi lo aveva interrogato e che cosa gli aveva chiesto. Io non ricordavo e non ricordo né il chi né il che cosa.

Un’altra qualità aveva, fra le altre, che credo immodestamente di aver condiviso con lui. Quella di saper affrontare con serenità, e quindi senza ansia, senza il rischio di cadere nella precipitazione, i momenti e le situazioni più difficili. Mi disse una volta un politico cinico che chi è così, e non è quindi dominato dalla paura di perdere il posto, vuol dire che ha trovato comunque il modo di coprirsi le spalle. Carlo Ciampi è stato la prova più eloquente che non è così, o almeno non è sempre così. La sua serenità nasceva dalla serenità e dalla fermezza della sua coscienza. Ne prenda atto chi, abituato al male, perde anche la capacità di leggere il bene.