«Il teatro dentro il gioco della vita»

di Giuseppe Grieco

ServilloDa Caserta a Parigi, da Chicago a Bari, il 12 febbraio Toni Servillo è stato protagonista alla Scuola Normale, insieme al fratello Peppe, di un intenso dibattito con gli studenti, in occasione della presentazione presso il Teatro Verdi  di Pisa del loro ultimo lavoro teatrale, “Le Voci di dentro” di Eduardo de Filippo. Spaziando dal cinema al teatro, dalla recitazione alla regia, nell’intervento dell’attore napoletano non sono mancate considerazioni sullo stato della cultura e della politica italiana, sulla funzione dell’arte e sul ruolo dei giovani nel risanamento morale del paese. Il dibattito prende le mosse da “Le Voci di dentro”, commedia che, spiega Servillo, «de Filippo dovette scrivere in poco tempo perché aveva scritturato la compagnia per la Grande Magia, ma improvvisamente gli venne meno l’attrice protagonista, cioè sua sorella. Un testo dunque composto sotto una spinta creativa da una parte affascinante, ma anche di grande necessità. Un improvviso teatrale, proprio come Molière». Commedia vissuta in un’atmosfera sospesa tra realtà ed illusione, in cui Eduardo scava con decisione nella cattiva coscienza dei suoi personaggi, e quindi dello stesso pubblico, svelando attraverso situazioni bizzarre e  parossistiche la caduta di ogni valore.

Come tre anni dopo la “Napoli milionaria”, nel 1948, sulle macerie della guerra, Eduardo ritraeva con acutezza il crollo dei valori di una società disorientata, così, Toni Servillo, nei panni di Alberto Saporito, sembra scendere dal palcoscenico per avvicinarsi allo spettatore e svelare l’inganno e l’indifferenza che tutti travolge nella crisi di ogni convivenza e socialità umana: «A me sembra – continua Servillo – che siamo vittime di un secondo dopoguerra morale: credo che il problema del Paese sia sostanzialmente questo. Nonostante Tangentopoli, le stragi di mafia, vere e proprie tragedie nazionali, la questione morale continua a essere una questione irrilevante, e in questo testo è centrale». Sulle macerie materiali di un paese distrutto Eduardo ne individuava le macerie morali: è questa l’urgenza che prorompe dall’universo immaginario al quale il drammaturgo napoletano dà forma ne “Le Voci di dentro”ed è questa centralità della questione morale che Servillo non solo addita come contenuto cardine del testo drammaturgico, ma soprattutto ripropone, sia in scena che nell’incontro con gli studenti, come imprescindibile elemento di confronto per la ricostruzione di una positiva socialità umana in un paese la cui vita politica e civile precipita nel degrado del linguaggio e dei contenuti.

E’ in questo contesto che l’esperienza teatrale rivela la propria natura e dimensione che l’attore casertano accosta a quella di una famiglia, di una tribù, «un gruppo di persone che tengono vivo il fuoco acceso intorno ad un testo, che è una riflessione costante sui nostri destini, su quello che ci accade», un fuoco e quindi un testo che va trasmesso alla coscienza interiore degli spettatori, occasione rara in cui per pochi momenti si possono condividere pensieri ed esperienze umane «in una dimensione assembleare». Dalla parola scritta all’azione e al coinvolgimento scenico dello spettatore,  il teatro diventa «testimonianza di vita», dinamite di emozioni palpitabili, vive, «in un mondo che ci manda segnali di costante morte o di passione necrofila per la morte»: è questo per Servillo il «miracolo della teatralità», un rito al quale lo spettatore partecipa ricostruendo forme di comunanza, di compartecipazione e di relazione umana tra gli individui, «una delle poche occasioni che ci sono rimaste in cui noi possiamo estaticamente contemplare qualche cosa che ci viene detta in un’unità di tempo e di luogo». E’ la  dimensione pubblica  e della partecipazione assembleare  di un teatro che entra all’interno del gioco della vita che spinge Servillo all’interesse per drammaturgie che mettono al centro l’azione scenica in quanto accadimento, pensiero in atto, le drammaturgie di Eduardo, Molière, Goldoni, continuo compromesso e movimento dal teatro alla vita, dalla vita al teatro, e che rivelano continuamente come il teatro ancora e soprattutto oggi possa e debba essere una  «faccenda che ci riguarda in quanto uomini vivi che parlano ad altri uomini vivi».

Uomo di teatro, Toni Servillo non nasconde l’enorme passione per il cinema e, soprattutto, la perfetta intesa con il regista Paolo Sorrentino. Tuttavia, è nel rapporto con l’arte drammaturgica, ancor più che nell’impegno cinematografico, che  l’attore casertano individua l’espressione di un percorso di  «conoscenza umana, intellettuale, di divertimento,  di gioia, di ambizione e di miseria», contro ogni tentativo di subordinare e finalizzare il proprio impegno all’obiettivo del successo. E’ la stessa natura dell’esperienza teatrale, aggiunge Servillo che, ponendo l’attore di fronte ad una costante verifica del proprio percorso umano,  costituisce una protezione rispetto al rischio di astrazione che avvenimenti dirompenti come la candidatura all’Oscar del film “La Grande bellezza”, in cui è  protagonista, possono avere.  Come nel cinema con il regista Paolo Sorrentino, così nel teatro attraverso il dialogo con gli autori dei testi, Servillo stringe un binomio sempre pronto a declinare l’arte recitativa e la vita «con il noi», sottolineandone il valore comunitario di ogni vera esperienza umana ed allontanando ogni narcisistica preponderanza dell’io.  Alberto Saporito  come Jep Gambardella attraverso il suo fallimento umano vogliono invitarci a riscoprire noi stessi, la dimensione autentica della nostra vita, il bisogno di restituirci la possibilità di un’adesione positiva al presente accompagnata dal recupero della nostra identità personale e comunitaria, ricominciando a costruire sulle macerie morali di un paese la cui “grande bellezza”, così come nell’antifrasi colma d’un amara ironia che sottende il significato profondo della pellicola di Paolo Sorrentino,  è stata inghiottita dalle volgarità, dalle rinunce, dalle delusioni, la possibilità di una coesione comunitaria che fondi un rinnovato umanesimo civile e culturale. Ricostruire un orizzonte di convivenza umana è possibile e la drammaturgia edoardiana, speculativa ma allo stesso tempo capace di denudare l’uomo di fronte alla vita, di porgli la domanda sul significato del suo stare al mondo, di raccontare l’esistenza nella sua dimensione gioiosa e tragica, è forse uno degli esempi più significativi. Teatro creatore di consapevolezza ed emancipazione, specchio di quel grande esempio di moralità e dedizione che lo stesso attore casertano addita nell’esperienza umana di Eduardo e che egli stesso, attraverso l’azione scenica così come attraverso la testimonianza dell’amore profondo e dell’impegno disinteressato che continua a legarlo alla sua terra, continua a far vivere.

Durante l’incontro con l’attore casertano, nel Sala Azzurra del Palazzo della Carovana sono risuonate parole appassionate e coinvolgenti, cariche di intelligenza e di profonda cultura. Parole vive, capaci di  penetrare e smuovere alla riflessione i presenti, quelle di Toni Servillo,  esempio di un uomo che ha continuato ad essere umile, semplice, spontaneo e lucido nonostante i notevoli successi e risultati. Un uomo di cultura, un uomo vivo.

 

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