Felicità contro paura: la Normale a Trastevere

di Francesco Morosi

Per la prima volta i corsi di orientamento della SNS approdano a Roma, con la collaborazione dell’Accademia dei Lincei. Il racconto e le osservazioni di chi c’era.

Nel 1968, in un’opera troppo tardi riconosciuta profetica, Il mondo salvato dai ragazzini, Elsa Morante osservava, a proposito dei Felici Pochi e degli Infelici Molti: «Ma qual è il segno, in sostanza, che fa distinguere a vista / quella minoranza degenere fra questa maggioranza normale? / Si capisce che qui la risposta reale / sarebbe: la felicità. Però (…) la / felicità / spesso non pare visibile per la gente comune / che ha nell’occhio la cispa dei troppi fumi / d’irrealtà, che l’infettano. E cosí corre il detto: / “La felicità non esiste”. / L’irrealtà è l’oppio dei popoli… E per una / disintossicazione generale / la cura è un esercizio d’eroica difficoltà…».

Questo esercizio, sempre più raro nell’Italia catastrofista della crisi, è praticato durante i mesi estivi dalla Scuola Normale, secondo una tradizione quasi trentennale. Si tratta dei corsi di orientamento universitario che la Scuola offre ogni anno a centinaia di giovani tra i diciassette e i diciotto anni: per una settimana, i liceali più brillanti, selezionati tra migliaia di coetanei, sono invitati a partecipare a una settimana di incontri e di lezioni tenute da professori universitari, esponenti delle professioni e della ‘società civile’. L’intuizione nacque negli anni Sessanta, ed ebbe le sue prime manifestazioni in Sicilia, a Erice, per poi essere ripresa, senza mai più interrompersi, negli anni Ottanta, con una storia gloriosa che sarebbe lungo e forse superfluo ricordare.

Perciò avevo pochi dubbi sul successo che avrebbe riscosso l’esperimento che ci aspettava quest’estate. La Normale, dopo avere battuto per anni le vie dei colli toscani e aver fatto tappa in Puglia e in Calabria, sarebbe approdata con uno dei suoi corsi di orientamento – l’ottantaduesimo –  a Roma, in una sede di grande prestigio, il palazzo Corsini, casa dell’Accademia dei Lincei situata nel cuore di Trastevere. Le incognite, organizzative e non solo, va detto, non erano poche: si possono portare novanta diciassettenni nella capitale? Quale impatto può avere su di loro – e sulla loro gestione e tutela – una grande città? E ancora, ma forse soprattutto: che reazione può provocare su di loro l’inserimento improvviso in un ambiente, come quello dell’Accademia, dai trascorsi così nobili? Sarebbero stati intimoriti dalle stanze del palazzo e dai ritratti dei Lincei più famosi? L’autorevolezza della cornice avrebbe disperso la loro proverbiale sfacciataggine, che è poi la base di ogni corso?

La scommessa, mi pare, è stata vinta su tutti i fronti. In primis, su quello organizzativo: alcuni aspetti andranno migliorati, ma la ricettività è stata ottima, e la macchina dell’orientamento, gestita da Maria Teresa Galletto e Giancarlo Felici con il sostegno decisivo del direttore del corso Andrea Giardina e dei quattro perfezionandi che hanno svolto il consueto ruolo di tutores, ha retto egregiamente alla prova. Ma il dato più confortante viene come sempre dai ragazzi: la loro partecipazione attenta, il fuoco di fila delle loro domande, l’intelligenza delle loro osservazioni hanno fatto dei giorni romani un’esperienza illuminante.

Nel marasma degli eventi e dei cambiamenti che dagli anni Sessanta ci hanno portato al 2013, è stupefacente la precisione con cui le osservazioni di chi era presente agli avvii pionieristici di questa avventura possano essere applicate all’esperienza di parecchi decenni dopo. L’allora tutor Salvatore Settis descriveva così, nel 1966, ciò che aveva vissuto a Erice: una «comunità subito “affiatata”, e che ha penato a sciogliersi», la «serietà e la difficoltà» della scelta del proprio futuro, la «curiosità irrequieta» e le «incertezze» dei ragazzi, attraverso le quali si possono riconoscere «i problemi dei propri tempi». Ora come allora, guidare i ragazzi verso quella scelta seria e difficile è un mestiere di frontiera e d’avanguardia, perché cruciale – per gli ‘orientandi’ prima ancora che per tutto il Paese – eppure praticato poco e male da chi ne avrebbe il dovere. Ora come allora, è un mestiere dispendioso, economicamente e umanamente; ma, ora come allora, è un mestiere dalle enormi soddisfazioni: l’entusiasmo degli studenti, la loro intelligenza pungente, il loro talento ancora puro, una speranza onnivora e febbrile, una curiosità libera e sfrontata provocano la tempesta perfetta su chi li assiste, su chi tiene lezione, su loro stessi, generando una comunità di intelletti e di spiriti difficile da sciogliere. Ma, come scriveva la Morante, è proprio la Felicità – quello strano stato mentale di consapevolezza e incoscienza, l’allegra voglia di non porsi limiti – il tratto che più di tutti distingue e unisce tante generazioni di ragazzi che la Normale (e grazie a lei un po’ anche io, nel mio piccolo) ha visto transitare per i suoi corsi di orientamento: nei giovani liceali che da tutto il mondo corrono per non perdere un posto nelle prime file della lezione più interessante c’è sempre il sorriso baldanzoso e spensierato di chi sa di potercela fare, l’orgoglio inconsapevole di far parte della «minoranza degenere». Questa incoscienza è un valore assoluto; è, come tutti sanno, l’unica chiave del successo.

Rispetto a qualche anno fa, però, il contesto è molto cambiato, e la lotta contro i «fumi / d’irrealtà» si è fatta per noi orientatori molto più dura: mentre i media scandiscono una marcia verso l’abisso che sembra irrefrenabile, l’umore del nostro Paese e del nostro mondo è sempre più cupo, depresso da una crisi senza uscita e soverchiato da un’ingiustizia, sociale e non solo, diffusa su larghissima scala. E così, anche negli occhi dei nostri giovani studenti abbiamo cominciato a vedere una nuova scintilla: la paura. Le domande sul futuro più lontano («E tu dopo la laurea che farai?», «Esistono prospettive di impiego in questo campo?»), una volta molto meno frequenti, sono diventate persino assillanti, le inclinazioni e i desideri personali hanno fatto posto all’utilità e alle aspettative di guadagno, l’idea pessimista secondo cui in Italia non funziona più nulla e tutti siamo destinati a una decadenza senza fine ha preso decisamente piede. Intendiamoci: che i ragazzi abbiano una maggiore consapevolezza sul presente e sul futuro è una buona notizia (ed è ciò per cui i corsi sono nati); ma se questa consapevolezza diventa una danza della morte che annulla ogni speranza e frena ogni ambizione, per noi e per tutti si tratta di brutte notizie. E la Normale, coi suoi corsi di orientamento, sta nel mezzo della bufera, a combattere contro i fantasmi di una catastrofe imminente, a dimostrare che uno spazio per i più bravi ancora c’è. Per fortuna, la Scuola non combatte da sola: anche grazie al sostegno dei Lincei, giovani studiosi, professori affermati, esponenti di spicco delle professioni sono venuti a Roma per spiegare ai ragazzi – ma direi quasi per testimoniare – che non bisogna perdere la speranza, che l’Italia non è tutta da buttare come troppo spesso si sente dire; e proprio i ragazzi che abbiamo raccolto a palazzo Corsini possono, e devono, essere la prova e lo strumento del riscatto.

«L’irrealtà è l’oppio dei popoli»! E ancora una volta coi suoi corsi di orientamento la SNS è in prima linea a compiere quell’esercizio di «eroica difficoltà», in un compito ugualmente entusiasmante ma forse persino più cruciale dei tempi di Erice: restituire ai giovani più bravi la loro incoscienza felice.

Articoli correlati

Condividi