Antonio Maccanico e la “misura dell’ideale”

di Sabino Cassese

Posso dire di aver conosciuto Antonio Maccanico molto prima di averlo incontrato di persona. Quando, durante il periodo bellico, andavo con la mia famiglia, in “carrozzella” (era il mezzo di trasporto dell’epoca), da Atripalda alla stazione di Avellino, nel passare davanti alla casa dei Maccanico, mi veniva indicato come un esempio il giovane e valoroso allievo del liceo Colletta che aveva vinto il concorso per il collegio della Scuola Normale Superiore di Pisa, allora intestato ad Arnaldo Mussolini. Più tardi, nel 1952-1956, al Collegio giuridico della Normale, veniva ricordato come un allievo modello Antonio Maccanico che, terminati brillantemente i suoi studi, aveva vinto, nel 1947, il concorso per la Camera dei deputati. Venuto a Roma, l’ho conosciuto e ricordo ancora vivamente una sera, a casa di Filippo Carpi de’ Resmini, nella quale Sandro Pertini, non ancora presidente della Repubblica, presentava Maccanico ad alcuni interlocutori, magnificandone le doti, salvo aggiungere che queste erano caratteristiche degli irpini, e derivavano da un insediamento di liguri delle parti di Pertini, risalente a epoca romana. Pertini rivendicava con questa presentazione sia una priorità, sia una paternità, e ambedue indicavano la stima grandissima che egli aveva per Maccanico.

Perché Maccanico è stato circondato da tanto unanime stima? Qual è la “cifra”, quali le qualità dell’uomo? Credo che egli avesse in sommo grado tre doti. Quella di saper cogliere il punto essenziale, il nocciolo dei problemi, seguendo l’insegnamento di Guicciardini, di distinguere i fatti dai nomi. Quella di saper ridurre ogni problema all’essenziale, ai suoi termini fondamentali. Quella di saper trovare la soluzione giusta dei problemi, la strada maestra. Quando si discuteva con lui, si finiva sempre per pensare: ecco la soluzione, era lì; e poi: perché nessuno ci è arrivato? Queste doti, la sua rapidità, la sua intelligenza, il suo acume, Maccanico le nascondeva dietro una bonomia sorniona. Così come, nello scrivere, le sue passioni erano sempre filtrate da quello spirito critico che massimamente difetta alla politica liquida, emotiva, impressionistica dei nostri giorni, ridiventata quell’”arte senza pensiero” che Sturzo criticava prima del fascismo.

Queste doti hanno permesso l’esemplare percorso di Maccanico: quaranta anni (1947-1987) nelle istituzioni come amministratore (funzionario parlamentare, vice Segretario nel 1972, poi Segretario generale della Camera, nel 1976; dal 1978 Segretario generale del Quirinale) e venti anni (1988-2008) come parlamentare, presidente di commissioni parlamentari, ministro. Nel primo periodo, la parentesi dell’esperienza di collaborazione con Ugo La Malfa; in mezzo ai due periodi (1987-1988) la presidenza di Mediobanca.

Tutte queste cariche Maccanico le ha conquistate con i suoi meriti, anche quelle che gli venivano attribuite, che egli ha accettato come Plutarco insegna in “Anziani e politica”: “noi le dobbiamo esercitare non inseguendole, ma fuggendole; non come se prendessimo per noi il potere, ma come se offrissimo ad esso le nostre persone”. Basti pensare a quante persone, e quanto diverse, hanno ritenuto necessario rivolgersi a lui per i loro governi: De Mita, Andreotti, Ciampi, Prodi, D’Alema, Amato. Al punto che c’era chi, scherzosamente giocando sul suo cognome, diceva che costoro ricorrevano al loro “Maccanico di fiducia”.

Maccanico ha fatto rivivere una nobile tradizione, quella che gli storici chiamano dell’osmosi: funzionari che divengono politici, quali Antonio Di Rudinì, Cesare Correnti, Michele Pironti, Carlo Schanzer e lo stesso Giovanni Giolitti, Meuccio Ruini. Questa tradizione si interrompe con il fascismo. La vita  e la carriera di Maccanico, quindi, ci riportano all’epoca d’oro dello Stato italiano, quando le classi dirigenti del Paese reclutavano gli esperti che, ricchi dell’esperienza sul campo, come amministratori, fertilizzavano la politica. Una delle doti di quegli uomini fu quella di saper unire le ragioni del Sud e quelle del Nord. Proprio come Maccanico, che ha preso il posto che era stato di Tino e di Cuccia ed ha collaborato con Ugo La Malfa, ma è stato anche attivo nella Svimez, oltre ad aver presieduto il Centro Dorso.

Maccanico può essere annoverato come uno dei “cento uomini di acciaio, col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile per lottare per una grande idea” che Guido Dorso, ne “L’occasione storica”, sognava, per formare “una classe politica antiretorica e antitrasformista”. Peccato che gli uomini d’acciaio siano stati non più di cinque.

Ho citato Dorso, che è stato, insieme con lo zio materno Adolfo Tino, uno dei mèntori di Maccanico. Ma non potrei dire che quest’ultimo ha seguito le idee del suo mèntore. Dorso ha, infatti, inseguito i movimenti; ha auspicato una rivoluzione e atteso da essa una impossibile palingenesi; è stato sempre attratto dallo stato fluido del potere; ha fatto parte di quella che Ernesto Galli della Loggia ha chiamato recentemente la cultura radical-movimentista. Maccanico, invece, è stato un uomo delle istituzioni, Parlamento e governo. E’ stato interessato al potere pubblico, nel suo stato solido, in quanto assicura un governo e servizi pubblici alla società. Se Dorso è stato un “politico dell’irrealtà” (un attributo con il quale Dorso stesso ha qualificato Mazzini), Maccanico, al contrario, è stato sempre attentissimo alla realtà. Se dovessi cercare un segno sotto il quale porre l’azione amministrativa e politica di Maccanico, lo cercherei nelle pagine politiche di un altro grande irpino, Francesco De Sanctis. Questi, prima di ritornare al governo come ministro della pubblica istruzione, sul finire del 1877, impegnato nella trasformazione di  una sinistra radicale ed astratta in un sinistra costituzionale, scrisse una serie di articoli in cui criticava “l’ideale astratto, impaziente, violento, ignorante, infarcito di elementi teologici e metafisici” e auspicava che il realismo, segno dell’esperienza e della scienza, agisse come “misura dell’ideale”. E’ questa che Maccanico ha cercato per tutta la sua vita e specialmente quando, nel famoso “tentativo Maccanico” (1996) si propose di “mettere insieme le persone ragionevoli dell’una e dell’altra sponda, su un progetto per il Paese”.

Ora che ci ha lasciati, resta di lui un esempio, uno spirito, un pensiero, al quale il nostro si è unito, per restare unito.

Articoli correlati

Tags

Condividi