Alla ricerca della bellezza

di Francesco Morosi

Che cosa ci mostra l’esperimento di LIGO e VIRGO? Dove sta andando la scienza? Un umanista alle prese con la scoperta delle onde gravitazionali. 

Raffaello

Per commentare la scoperta delle onde gravitazionali da parte degli esperimenti di LIGO e VIRGO, il New York Times ha commissionato a Lawrence Krauss, fisico teorico dell’Università dell’Arizona, un editoriale. Non sappiamo se sia stato Krauss o un redattore ispirato – fatto sta che il titolo scelto per il pezzo è «Finding beauty in darkness, cercare la bellezza nelle tenebre».

Ma il titolo non è un incidente: l’op-ed affronta la notizia non solo da un punto di vista tecnico, ma in certo senso anche ‘vocazionale’. Che cosa significherà questa scoperta per le nostre vite? Nulla, spiega Krauss. Almeno per i prossimi anni, il mio tostapane non funzionerà meglio, e la mia auto non andrà più veloce. Anzi, non c’è nulla di più lontano dal nostro mondo di quei due buchi neri da cui si sono originate le onde: questi distano più di un miliardo di anni luce da qui. Un anno luce vale circa 9.461 miliardi di chilometri.

E allora perché è importante? Ci saranno, certo, implicazioni scientifiche cruciali. Ma non è per questo che ci fa così impressione. Questa scoperta ci sembra così importante perché è fatta bene. Per arrivare a questo risultato centinaia di uomini e donne hanno lavorato al massimo della loro creatività e della loro precisione. Questa scoperta ci impressiona perché abbiamo – come genere umano – spinto le nostre conoscenze oltre il limite, oltre un limite quasi impensabile (impensabile persino per lo stesso Einstein). E questo è un atto di bellezza, una vetta della creatività umana: la scienza, dice Krauss, come l’arte e la letteratura sa anche ammaliare – anzi è questo il suo principale contributo. E a nessuno, continua l’autore, verrebbe in mente di chiedere a che serva un quadro di Picasso o un’opera di Mozart.

Il punto è che invece questo accade spesso, negli ultimi tempi fin troppo spesso. A che servono l’arte, la letteratura? Qual è la loro utilità? È ovvio che la risposta esatta è: nessuna. Con o senza Platone, con o senza Raffaello, il tostapane continuerà a funzionare nello stesso modo e l’auto andrà alla solita velocità. Eppure anche Platone e Raffaello costituiscono, come la scoperta delle onde gravitazionali, una vetta della creatività umana, un pensiero fatto bene, al massimo della sua potenzialità – un atto di bellezza.

Il punto interessante dell’editoriale di Krauss non è che paragoni le humanities alla scienza sperimentale, ma che, davanti alla domanda “a che serve?”, paragoni la scienza sperimentale alle humanities. È un paradosso, se ci pensiamo: più avanza la complessità degli strumenti dei fisici e più avanti si spinge la loro ricerca, più la fisica somiglia all’arte e alla letteratura. Più ci allontaniamo dal nostro mondo, in cerca di un senso, forse del Senso, più la nostra esplorazione si rarefà, si astrae dai bisogni quotidiani, finendo per assumere tratti di sorprendente affinità con quelle che oggi chiamiamo ‘discipline umanistiche’: la metafora della bellezza, che i fisici impiegano ormai con certa frequenza, non è un accidente linguistico, ma il sintomo di un orizzonte che si sta aprendo, di un confine che si sta spostando. Ovviamente fisici e umanisti non andranno in cerca della stessa bellezza, ma il loro sforzo nella ricerca costante di un ordine – del pensiero, della natura – è uno sforzo destinato a diventare comune.

Quali conseguenze avrà questa rivoluzione epistemologica? Difficile immaginarlo: forse finiremo con l’inverare la profezia di Aristotele, che immaginava una divisione tra bios theoretikós e bios praktikós, tra vita dedicata alla teoresi e vita dedicata alla prassi. Forse, più umilmente, arriveremo a riflettere sulle finalità delle attività del pensiero umano, e forse capiremo che l’utile, che oggi tiene tristemente banco a tutti i livelli dell’istruzione e della ricerca, è un parametro di valutazione improprio, non perché ingiusto ma perché troppo rigido per inquadrare il senso del nostro cammino.

«Non andartene docile in quella buona notte … infuria, infuria contro il morire del giorno» diceva Dylan Thomas in una poesia giustamente celebre: la corsa contro la tenebra, la ricerca della bellezza, è nella nostra natura di uomini, e ci accomuna in modo perfino sorprendente. Del resto, quell’ordine di cui tutti – scienziati, artisti, letterati, filosofi – andiamo in cerca, i saggi greci non lo chiamavano forse kosmos?

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